Old Testament
Genesi Esodo Levitico Numeri Deuteronomio Giosué Giudici Rut 1 Samuele 2 Samuele 1 Re 2 Re 1 Cronache 2 Cronache Esdra Neemia Ester Giobbe Salmi Proverbi Ecclesiaste Cantico dei Cantici Isaia Geremia Lamentazioni Ezechiele Daniele Osea Gioele Amos Abdia Giona Michea Nahum Abacuc Sofonia Aggeo Zaccaria MalachiaRomani 7:20 Commento al versetto biblico
Romani 7:20 Significato e commento del versetto biblico
Ora, se ciò che non voglio è quello che fo, non son più io che lo compio, ma è il peccato che abita in me.
Romani 7:20 Commento biblico al versetto
*** Questo commento raccoglie contenuti provenienti da fonti classiche di pubblico dominio. Parte del materiale è stata elaborata, riassunta o tradotta con l’aiuto di strumenti di intelligenza artificiale. Ti consigliamo di confrontare ogni spiegazione con il testo biblico completo e il suo contesto. Se trovi un errore o una traduzione da correggere, contattaci.
Romani 7:20 Riferimenti incrociati del versetto
Esplora i versetti collegati a questo brano per tema, insegnamento o contesto. I riferimenti incrociati ti aiutano a confrontare le Scritture e a comprendere meglio il messaggio del versetto. Seleziona un’immagine per leggere il passo correlato, la sua spiegazione e il relativo commento biblico.

Romani 7:20 (RIV) — "Or, se ciò che non voglio è quello che fo, non son più io che lo compio, ma è il peccato che abita in me."
punto interpretativo principale: Paolo descrive la lotta interna tra la nuova disposizione della legge di Dio nel cuore e la persistente presenza del peccato. Il risultato è che, anche quando l’azione contraria alla volontà divina nasce dall’errore umano, l’origine non è la “nuova” volontà in sé, ma la residua corruzione residua che agisce in lui. La frase mostra una responsabilità personale temperata dall’illuminazione della carne corrotta: il cristiano non è mai disposto a dire che è totalmente libero dal peccato, ma riconosce che la forza motrice immanente del peccato è ancora presente, e la lotta continua finché la redenzione finale sarà completa.
Nel contesto di Romani 7, Paolo sviluppa la tensione tra la legge come codice valido e la carne che non è sottomessa. Egli descrive una coscienza che conosce bene la volontà buona ma è divisa dall’inerzia della carne. Questa linea di pensiero illumina l’analogia tra la vita precedente al Cristo e la nuova vita nello Spirito. La frase in esame mostra la consapevolezza che, pur desiderando il bene, l’azione può essere guidata da una potenza opposta. È una descrizione realistica della lotta morale del credente, non una giustificazione del peccato.
Teologicamente, la nota chiave è la presenza del peccato residuo nel credente, anche dopo la conversione. Non si tratta di una libertà assoluta dalla disobbedienza, ma di un cambiamento di نسبت: la legge è scritta nel cuore, ma la carne resta debole. L’enfasi non è sul peccato come potenza indipendente, ma sull’azione del peccato come ciò che abita nell’elemento umano corrotto. La salvezza operata dalla grazia operante in Cristo libera dalla condanna, ma la peregrinazione morale resta di fronte al potere residuo del peccato finché non avverrà la redenzione finale.
- Romani 6:6-7: la vecchia natura viene distrutta in Cristo, ma la lotta interiore continua a manifestarsi nei corpo mortale. Connessione: la coscienza della libertà dal peccato coesiste con la realtà della battaglia quotidiana.
- Galati 5:17: l’opposizione tra la carne e lo Spirito. Connessione: la carne ha desideri contrari, ma lo Spirito produce atti di vita secondo Dio.
- Colossesi 3:9-10: abbiamo rivestito la vecchia persona con il nuovo uomo, ma la crescente conformità richiede una cooperazione continua con la grazia.
Romani 7:20 presenta la realtà della tensione tra ciò che è desiderato secondo la legge di Dio e l’azione effettiva guidata dal peccato che ancora abita nel nostro genere umano. La formula di Paolo non condanna la lotta, ma afferma che la vera libertà è attraversata dalla grazia di Cristo e dalla potenza dello Spirito. La vittoria finale si realizzerà pienamente in Cristo, ma nel presente il credente cammina in una lotta guidata dalla grazia, non dall’indifferenza.
Tra le opere dei commentatori classici, si richiama l’accurata descrizione di Adam Clarke sulla nota conflittualità tra la persona rinnovata e la carne residua, così come l’evocazione di Matthew Henry sulla responsabilità personale nella lotta contro il peccato. Note: Clarke e Henry sono citati in modo esplicito solo per riflettere l’osservazione comune di questa dinamica; non si riportano interi brani.