Old Testament
Genesi Esodo Levitico Numeri Deuteronomio Giosué Giudici Rut 1 Samuele 2 Samuele 1 Re 2 Re 1 Cronache 2 Cronache Esdra Neemia Ester Giobbe Salmi Proverbi Ecclesiaste Cantico dei Cantici Isaia Geremia Lamentazioni Ezechiele Daniele Osea Gioele Amos Abdia Giona Michea Nahum Abacuc Sofonia Aggeo Zaccaria MalachiaVerse
Marco 10:1 Marco 10:2 Marco 10:3 Marco 10:4 Marco 10:5 Marco 10:6 Marco 10:7 Marco 10:8 Marco 10:9 Marco 10:10 Marco 10:11 Marco 10:12 Marco 10:13 Marco 10:14 Marco 10:15 Marco 10:16 Marco 10:17 Marco 10:18 Marco 10:19 Marco 10:20 Marco 10:21 Marco 10:22 Marco 10:23 Marco 10:24 Marco 10:25 Marco 10:26 Marco 10:27 Marco 10:28 Marco 10:29 Marco 10:30 Marco 10:31 Marco 10:32 Marco 10:33 Marco 10:34 Marco 10:35 Marco 10:36 Marco 10:37 Marco 10:38 Marco 10:39 Marco 10:40 Marco 10:41 Marco 10:42 Marco 10:43 Marco 10:44 Marco 10:45 Marco 10:46 Marco 10:47 Marco 10:48 Marco 10:49 Marco 10:50 Marco 10:51 Marco 10:52



Marco 10:18 (RIV): Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Iddio
Questo versetto racconta un momento cruciale in cui Gesù, chiamato dall’uomo "buono", richiama l’attenzione sulla perfezione morale ultima di Dio. L’affermazione non è una negazione della bontà delle persone, ma una definizione teologica: la bontà assoluta appartiene solo al Deità. In poche parole, Gesù invita chi lo incontra a distinguere tra bontà comune, che tutti hanno come dono della creazione, e bontà assoluta, che appartiene al solo Iddio.
Contesto originale
Questo episodio si colloca nel contesto del dialogo tra Gesù e un giovane fariseo che gli chiede cosa fare per ereditare la vita eterna. Il giovane si presenta con una percezione positiva di sé e della sua osservanza, ma Gesù lo invita a partire da una conoscenza più profonda: la vita eterna non dipende solo dall’osservanza esteriore, ma dall’aderenza fiduciosa a Dio. L’affermazione su Dio come unico buono funge da spartiacque tra l’imitazione superficiale della virtù e la dipendenza da Dio come fonte della vera bontà.
Messaggio principale
Il testo mette in guardia contro una fiducia ingannevole nelle proprie opere. La bontà umana è limitata e imperfetta; solo Dio è senza cadute. Gesù, pur non svalutando la bontà morale, aiuta l’interlocutore a riconoscere che la salvezza è fondata su una relazione vitale con Dio, non su una lista di precetti perfettamente osservati.
Temi biblici di supporto
Riferimenti incrociati utili
- Romani 3:23-24: Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono beneficati dalla grazia di Dio. Spiega la distanza tra bontà umana e giustificazione divina.
- Efesini 2:8-9: Salvati per grazia, mediante la fede; non per opere. Evidenzia che la bontà di Dio è la fonte della salvezza, non la capacità umana di compiere intenti buoni da soli.
- Giacomo 2:10-11: Il proponimento di perfezione morale si infrange se manca una coerenza completa con la legge. Illustra la natura mancante di una bontà parziale senza una comunione viva con Dio.
Quotidiana riflessione devota
Chiediamoci quali "buoni" premiamo nel cuore: è la nostra immagine di rispettare norme o la nostra dipendenza quotidiana dalla grazia di Dio? Riconoscere la bontà di Dio è il primo passo per fidarci di Lui e non contare esclusivamente sulle nostre forze. Nell’umiltà, la vita diventa una comunione continua con Colui che è la fonte di ogni bene.
Citazioni salienti da commentatori pubblici (inclusi riferimenti)
- Adam Clarke osserva che Gesù non svaluta la bontà pratica, ma richiama l’uomo a una relazione viva con Dio che dà senso alle azioni.
- Albert Barnes nota che la domanda incoraggia una comprensione severa: nessun essere umano può aspirare alla perfezione assoluta senza la grazia di Dio.
- Matthew Henry rileva che la scena mostra la necessità di riconoscere la virtù divina come origine di ogni bene.
Osservazioni utili: Il brano invita a distinguere tra la bontà ed i frutti della fede. L’elogio della bontà si illumina quando è radicato nell’Adorazione di Dio e nella fiducia nella Sua grazia, non nelle opere che isolatamente promettono vita eterna.